Romanzo di una strage, la verità esiste

Il 12 Dicembre del 1969 un’esplosione nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano, apre il periodo più luttuoso della storia della nostra Repubblica. A 43 anni dall’accaduto, Marco Tullio Giordana propone una ricostruzione dei fatti di piazza Fontana. Un lasso di tempo troppo ampio per non chiedersi come mai aspettare tanto. “Non avrei saputo farlo 20 anni fa”, sostiene il regista. Indagini, giornalisti coraggiosi e l’ultimo libro di Paolo Cucchiarelli sulla strage, hanno portato all’emergere della “verità” dopo decenni.
“La verità esiste”, sostiene il film. “Io so. So i nomi..ma non ho le prove”, citando un articolo di Pasolini del ’74 (“Cos’è questo golpe? Il romanzo delle stragi), da cui il titolo del film. Ebbene i colpevoli li conosciamo ma non hanno mai pagato. Ed è proprio “l’impunità, che accompagna la storia di questo paese in maniera quasi ossessiva”, il senso dell’opera secondo il protagonista, Valerio Mastandrea (Luigi Calabresi).
In realtà personalmente non credo che il film, né il libro, sia molto vicino alla verità. Ora, come allora, conosciamo i nomi dei manovali, ma non di certo quelli degli ingegneri ed architetti. E non c’è niente di più lontano dalla verità della frase pronunciata da D’Amato (G. Colangeli) in difesa degli uomini dello Stato in quanto non possono “aver voluto la morte di tante vittime innocenti”.
Il film tuttavia è abbastanza equilibrato, rigoroso e chiaro. Forse più simile ad un documentario, privo di azione ed enfasi. Lo scopo pedagogico-didascalico è ben riuscito, ma mancano momenti di suspance e colpi di scena. Sicuramente ha il merito di trattare un argomento sconosciuto ai più giovani. La regia si è resa invisibile per lasciare spazio ad interrogatori e processi rendendo più oggettiva la realtà mostrata.
Impeccabile l’interpretazione di Pierfrancesco Favino (Giuseppe Pinelli), eccellente Michela Cescon nel ruolo della moglie (Licia Pinelli). Un grande cast (Lo Cascio, Tirabassi, Trabacchi, Gifuni) forse castrato dalla scelta di non entrare nella loro individualità per dare spazio al dipanarsi degli eventi storici.

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Magnifica presenza. Ozpetek non delude

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Magnifica è la presenza di Ozpetek nel nostro cinema e di Elio Germano nel suo ultimo film. Il regista lo racconta come l’incontro tra un ragazzo solo e puro con un gruppo insolito che abita la sua casa. Non c’è il colore delle “Fate ignoranti” e nemmeno il sentimento de “La finestra di fronte”, ma è senz’altro un film da vedere. Attraversa un territorio inesplorato, se non da se stesso. Affronta ancora una volta il rapporto tra la vita e la morte, la realtà e la finzione, lasciando intravedere la poetica pirandelliana dei suoi “Sei personaggi in cerca d’autore”. In questo caso si tratta di un’intera compagnia teatrale vissuta durante la seconda guerra mondiale. Questo espediente narrativo gli permette di raccontare la nostra epoca, i nostri difetti e i nostri traguardi, con gli occhi e lo stupore di chi non ha conosciuto Internet, ma ha vissuto la meraviglia del teatro e gli orrori della guerra. E non è un caso che le scene a teatro siano state girate al “Valle” occupato. E’ in qualche modo un film sull’arte della finzione.
La storia tuttavia vive delle fasi di stanca che rischiano di portare alcuni momenti al limite della noia.
Magnifico il cast, dal protagonista Elio Germano (Pietro), a Beppe Fiorello, da Paola Minaccioni a Claudia Potenza. Magnifica è la presenza scenica dell’eccentrico gruppo che popola l’universo filmico.
Un Elio Germano un po’ statico che, lungo il dispiegarsi della trama, sembra dover crescere, sbocciare, invece resta uguale a se stesso, ma forse è proprio questo che vuole raccontare, un ragazzo che, nonostante le vicende e le delusioni che lo circondano non cambia, ingenuo e disincantato com’è.
L’attore parlando di Pietro, un giovane, arrivato dalla Sicilia, con il sogno di fare l’attore, racconta la sua esperienza nei provini per spot pubblicitari. Il film esplora in qualche modo la crudeltà di quel mondo dove “ti senti giudicato come persona e non per le tue qualità artistiche, quindi ogni provino andato male lo puoi vivere come un fallimento personale”. Ma soprattutto è un film “sulla rivendicazione dell’orgoglio della disuguaglianza, della debolezza e della fragilità che nella vita normale si tende a calpestare”, una storia dove si mescolano divertimento e lacrime con il dramma esistenziale di un ragazzo che rifiuta di indossare la maschera e non nasconde le proprie passioni.
Lo stile pittoresco dell’Ozpetek delle “Fate ignoranti” si può intavedere nella scena, in un indefinito luogo segreto, dove la Badessa e uno strano gruppo di “donne” si alleano col protagonista alla ricerca di un misterioso personaggio.
Tra commedia, noir e scene da thriller, Ozpetek supera ogni genere realizzando un film al di là dei limiti nostrani.