Roba da matti, un documentario a metà

Girato nel 2009 con pochissimi mezzi, il che tecnicamente è abbastanza evidente, il documentario “Roba da matti” porta sul grande schermo la storia di una residenza socio-assistenziale a Quartu Sant’Elena (Sardegna), “Casamatta”, nata in seguito alla chiusura dei manicomi, decisa dalla legge Basaglia.
Enrico Pitziani segue la presidentessa dell’Associazione Asarp (Associazione Sarda per la Riforma Psichiatrica), Gisella Trincas, nel suo intento di salvare la struttura dal rischio di chiusura dovuto al mancato rinnovo del contratto d’affitto.
Il film vuole testimoniare l’impegno e l’affetto con cui la Trincas e le altre operatrici portano avanti la struttura, che ha lo scopo di dare una casa e una vita normale agli ospiti speciali della residenza.
Ma ciò che colpisce è sicuramente la tranquillità dei malati psichici che sembra essere poco realistica. Si potrebbe obiettare che lo scopo della Trincas e di “Casamatta”, ovvero offrire un ambiente sereno e familiare, è stato raggiunto, ma sembra più ovvia la possibilità che siano stati scelti i momenti di maggior distensione con un effetto di deformazione della realtà.
C’è da aggiungere che la stessa Trincas è stata oggetto di un’indagine dovuta alla denuncia da parte di un medico, il Dott. Tronci, del quale si è parlato ma di cui non si sono chiarite le motivazioni. Il film documenta la realtà, vista da una sola parte, quella degli operatori e dei malati, così come si è scelto di riprendere, ma manca di un contraddittorio che avrebbe forse reso più chiaro l’accaduto a chi, al di qua del continente, è all’oscuro dei fatti.
Toccante, delicato e a volte straziante, il documentario pecca però di parzialità. Ammirevole il lavoro di Pitziani all’interno della casa ma forse avrebbe potuto mirare ad una ricostruzione integra della realtà piuttosto che schierarsi semplicemente coi più deboli.

Good As You, una commedia a colori

goodAsYou

Una commedia esuberante e divertente che racconta amori, passioni e nevrosi di un gruppo molto particolare. Omosessuali convinti, indecisi o bisex, sono tutte persone che vivono le loro storie nella loro “normalità”. “Good As You” offre uno spaccato del mondo gay dal di dentro.
Se non fosse per la natura omosessuale delle relazioni che si instaurano tra i protagonsti, parleremmo di una semplice commedia senza troppe velleità. Tratta dall’omonima pièce teatrale di Roberto Biondi, ha un buon ritmo e un eccellente cast. Sulle note di “The lady in the tutti frutti hat” di Carmen Miranda, interpretata dalle gemelle Kessler, si muove magnificamente Diego Longobardi, attore e produttore del film, proveniente dal teatro, come pure la strepitosa Elisa Di Eusanio, ad entrambi sono affidate le scene più esilaranti.
Ma il film di Mariano Lamberti non è solo questo. Trattando, seppur con leggerezza e semplicità, temi delicati come l’hiv, la maternità/paternità nelle famiglie “arcobaleno”, non poteva non scatenare le polemiche dei “supercattolici” Miliziani di Cristo, scandalizzati, hanno gridato contro la volgarità dell’esibizione dell’amore omosessuale (“pratica”).
In realtà l’intento di un film coraggioso come “Good As You” è proprio quello di restituire la normalità delle storie tra persone dello stesso sesso.
Infatti quelli che alcuni hanno chiamato stereotipi ,non sono altro che i cliché che ritroviamo nella vita come in tutte le classiche commedie. Tradimenti, bugie, ipocrisie, dichiarazioni d’amore non corrisposte. La pellicola porta il pubblico, etero e non, all’interno delle dinamiche tra gay ma che in realtà sono dinamiche universali.
Che piaccia o no, onore al merito di aver portato con coraggio e a testa alta una commedia tutta gay sul grande schermo. E lo ha fatto senza i soliti drammi ma mostrando la quotidianità di un mondo vero che esiste al di là di ogni pregiudizio.