Silent Soul, un viaggio dell’anima

silentSoulSono forse i luoghi pittoreschi e solitari delle regioni della Russia centro-occidentale a fare delle immagini di questo film una poesia; oppure la rievocazione di un antico popolo vissuto in questa terra 400 anni fa. Silent souls (Ovsyanki) è infatti l’ultimo film di una personale ed insolita ricerca, quella di Aleksei Fedorchenko, sulle diverse etnie dell’ex Unione Sovietica. Selezionato in Competizione Ufficiale alla Mostra di Venezia dl 2010, ha vinto il Premio della Critica Internazionale e l’Osella per la miglior fotografia. Raccontato da Aist Sergeyev, nome dell’autore del libro da cui è tratto, il film ha una forte componente documentaria. Il montaggio è ridotto al minimo, ogni scena viene mostrata quasi nella sua interezza, come quando i due amici (Igor Sergeev e Yurij Tsurilo) preparano il corpo della donna (Yuliya Aug) per il rituale. Ricostruendo miti e leggende del popolo dei Merja, Fedorchenko ha voluto mostrare un’altra visione della Russia, un mondo abitato da gente semplice, come gli zigoli (uccelli molto comuni), persone pure e sincere per le quali non esistono divinità ma solo Amore e l’Acqua, che rappresenta la morte più desiderabile. Il film, che porta con sé tristezza e nostalgia, è in grado di rendere dolce e tenera anche la morte. Ma la componente più importante è quella del viaggio, un viaggio attraverso una cultura che non c’è più, essendo stata assimilata dagli slavi e poi dalla cultura russa; le poche tracce che restano sono toponimi come i nomi dei fiumi, ma soprattutto le tracce nella memoria e nella pratica dei rituali di chi, come il protagonista-narratore di questa storia, vuol tenere in vita un popolo estinto. Infine un viaggio dell’anima riporcorrendo la propria esistenza e il senso di tutta una vita.

Roba da matti, un documentario a metà

Girato nel 2009 con pochissimi mezzi, il che tecnicamente è abbastanza evidente, il documentario “Roba da matti” porta sul grande schermo la storia di una residenza socio-assistenziale a Quartu Sant’Elena (Sardegna), “Casamatta”, nata in seguito alla chiusura dei manicomi, decisa dalla legge Basaglia.
Enrico Pitziani segue la presidentessa dell’Associazione Asarp (Associazione Sarda per la Riforma Psichiatrica), Gisella Trincas, nel suo intento di salvare la struttura dal rischio di chiusura dovuto al mancato rinnovo del contratto d’affitto.
Il film vuole testimoniare l’impegno e l’affetto con cui la Trincas e le altre operatrici portano avanti la struttura, che ha lo scopo di dare una casa e una vita normale agli ospiti speciali della residenza.
Ma ciò che colpisce è sicuramente la tranquillità dei malati psichici che sembra essere poco realistica. Si potrebbe obiettare che lo scopo della Trincas e di “Casamatta”, ovvero offrire un ambiente sereno e familiare, è stato raggiunto, ma sembra più ovvia la possibilità che siano stati scelti i momenti di maggior distensione con un effetto di deformazione della realtà.
C’è da aggiungere che la stessa Trincas è stata oggetto di un’indagine dovuta alla denuncia da parte di un medico, il Dott. Tronci, del quale si è parlato ma di cui non si sono chiarite le motivazioni. Il film documenta la realtà, vista da una sola parte, quella degli operatori e dei malati, così come si è scelto di riprendere, ma manca di un contraddittorio che avrebbe forse reso più chiaro l’accaduto a chi, al di qua del continente, è all’oscuro dei fatti.
Toccante, delicato e a volte straziante, il documentario pecca però di parzialità. Ammirevole il lavoro di Pitziani all’interno della casa ma forse avrebbe potuto mirare ad una ricostruzione integra della realtà piuttosto che schierarsi semplicemente coi più deboli.

Good As You, una commedia a colori

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Una commedia esuberante e divertente che racconta amori, passioni e nevrosi di un gruppo molto particolare. Omosessuali convinti, indecisi o bisex, sono tutte persone che vivono le loro storie nella loro “normalità”. “Good As You” offre uno spaccato del mondo gay dal di dentro.
Se non fosse per la natura omosessuale delle relazioni che si instaurano tra i protagonsti, parleremmo di una semplice commedia senza troppe velleità. Tratta dall’omonima pièce teatrale di Roberto Biondi, ha un buon ritmo e un eccellente cast. Sulle note di “The lady in the tutti frutti hat” di Carmen Miranda, interpretata dalle gemelle Kessler, si muove magnificamente Diego Longobardi, attore e produttore del film, proveniente dal teatro, come pure la strepitosa Elisa Di Eusanio, ad entrambi sono affidate le scene più esilaranti.
Ma il film di Mariano Lamberti non è solo questo. Trattando, seppur con leggerezza e semplicità, temi delicati come l’hiv, la maternità/paternità nelle famiglie “arcobaleno”, non poteva non scatenare le polemiche dei “supercattolici” Miliziani di Cristo, scandalizzati, hanno gridato contro la volgarità dell’esibizione dell’amore omosessuale (“pratica”).
In realtà l’intento di un film coraggioso come “Good As You” è proprio quello di restituire la normalità delle storie tra persone dello stesso sesso.
Infatti quelli che alcuni hanno chiamato stereotipi ,non sono altro che i cliché che ritroviamo nella vita come in tutte le classiche commedie. Tradimenti, bugie, ipocrisie, dichiarazioni d’amore non corrisposte. La pellicola porta il pubblico, etero e non, all’interno delle dinamiche tra gay ma che in realtà sono dinamiche universali.
Che piaccia o no, onore al merito di aver portato con coraggio e a testa alta una commedia tutta gay sul grande schermo. E lo ha fatto senza i soliti drammi ma mostrando la quotidianità di un mondo vero che esiste al di là di ogni pregiudizio.

Romanzo di una strage, la verità esiste

Il 12 Dicembre del 1969 un’esplosione nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano, apre il periodo più luttuoso della storia della nostra Repubblica. A 43 anni dall’accaduto, Marco Tullio Giordana propone una ricostruzione dei fatti di piazza Fontana. Un lasso di tempo troppo ampio per non chiedersi come mai aspettare tanto. “Non avrei saputo farlo 20 anni fa”, sostiene il regista. Indagini, giornalisti coraggiosi e l’ultimo libro di Paolo Cucchiarelli sulla strage, hanno portato all’emergere della “verità” dopo decenni.
“La verità esiste”, sostiene il film. “Io so. So i nomi..ma non ho le prove”, citando un articolo di Pasolini del ’74 (“Cos’è questo golpe? Il romanzo delle stragi), da cui il titolo del film. Ebbene i colpevoli li conosciamo ma non hanno mai pagato. Ed è proprio “l’impunità, che accompagna la storia di questo paese in maniera quasi ossessiva”, il senso dell’opera secondo il protagonista, Valerio Mastandrea (Luigi Calabresi).
In realtà personalmente non credo che il film, né il libro, sia molto vicino alla verità. Ora, come allora, conosciamo i nomi dei manovali, ma non di certo quelli degli ingegneri ed architetti. E non c’è niente di più lontano dalla verità della frase pronunciata da D’Amato (G. Colangeli) in difesa degli uomini dello Stato in quanto non possono “aver voluto la morte di tante vittime innocenti”.
Il film tuttavia è abbastanza equilibrato, rigoroso e chiaro. Forse più simile ad un documentario, privo di azione ed enfasi. Lo scopo pedagogico-didascalico è ben riuscito, ma mancano momenti di suspance e colpi di scena. Sicuramente ha il merito di trattare un argomento sconosciuto ai più giovani. La regia si è resa invisibile per lasciare spazio ad interrogatori e processi rendendo più oggettiva la realtà mostrata.
Impeccabile l’interpretazione di Pierfrancesco Favino (Giuseppe Pinelli), eccellente Michela Cescon nel ruolo della moglie (Licia Pinelli). Un grande cast (Lo Cascio, Tirabassi, Trabacchi, Gifuni) forse castrato dalla scelta di non entrare nella loro individualità per dare spazio al dipanarsi degli eventi storici.

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Magnifica presenza. Ozpetek non delude

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Magnifica è la presenza di Ozpetek nel nostro cinema e di Elio Germano nel suo ultimo film. Il regista lo racconta come l’incontro tra un ragazzo solo e puro con un gruppo insolito che abita la sua casa. Non c’è il colore delle “Fate ignoranti” e nemmeno il sentimento de “La finestra di fronte”, ma è senz’altro un film da vedere. Attraversa un territorio inesplorato, se non da se stesso. Affronta ancora una volta il rapporto tra la vita e la morte, la realtà e la finzione, lasciando intravedere la poetica pirandelliana dei suoi “Sei personaggi in cerca d’autore”. In questo caso si tratta di un’intera compagnia teatrale vissuta durante la seconda guerra mondiale. Questo espediente narrativo gli permette di raccontare la nostra epoca, i nostri difetti e i nostri traguardi, con gli occhi e lo stupore di chi non ha conosciuto Internet, ma ha vissuto la meraviglia del teatro e gli orrori della guerra. E non è un caso che le scene a teatro siano state girate al “Valle” occupato. E’ in qualche modo un film sull’arte della finzione.
La storia tuttavia vive delle fasi di stanca che rischiano di portare alcuni momenti al limite della noia.
Magnifico il cast, dal protagonista Elio Germano (Pietro), a Beppe Fiorello, da Paola Minaccioni a Claudia Potenza. Magnifica è la presenza scenica dell’eccentrico gruppo che popola l’universo filmico.
Un Elio Germano un po’ statico che, lungo il dispiegarsi della trama, sembra dover crescere, sbocciare, invece resta uguale a se stesso, ma forse è proprio questo che vuole raccontare, un ragazzo che, nonostante le vicende e le delusioni che lo circondano non cambia, ingenuo e disincantato com’è.
L’attore parlando di Pietro, un giovane, arrivato dalla Sicilia, con il sogno di fare l’attore, racconta la sua esperienza nei provini per spot pubblicitari. Il film esplora in qualche modo la crudeltà di quel mondo dove “ti senti giudicato come persona e non per le tue qualità artistiche, quindi ogni provino andato male lo puoi vivere come un fallimento personale”. Ma soprattutto è un film “sulla rivendicazione dell’orgoglio della disuguaglianza, della debolezza e della fragilità che nella vita normale si tende a calpestare”, una storia dove si mescolano divertimento e lacrime con il dramma esistenziale di un ragazzo che rifiuta di indossare la maschera e non nasconde le proprie passioni.
Lo stile pittoresco dell’Ozpetek delle “Fate ignoranti” si può intavedere nella scena, in un indefinito luogo segreto, dove la Badessa e uno strano gruppo di “donne” si alleano col protagonista alla ricerca di un misterioso personaggio.
Tra commedia, noir e scene da thriller, Ozpetek supera ogni genere realizzando un film al di là dei limiti nostrani.

Qualcosa di straordinario, ma non troppo

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Tratto da una storia vera, avvincente per il pubblico americano, nel lontano 1988, Qualcosa di straordinario non riesce ad appassionare il pubblico in sala.
Una famiglia di balene è rimasta intrappolata sotto il ghiaccio del Circolo Polare Artico. Un’attivista di Greenpeace (Drew Barrymore), il suo ex-fidanzato reporter (John Krainski) e la comunità degli Inupiat si battono per salvere i cetacei. Attirando l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, riescono a coinvolgere non solo un importante colosso petrolifero, ma addirittura le due superpotenze, Stati Uniti ed Unione Sovietica. Tutti insieme per una causa comune, cooperano per una miracolosa missione di salvataggio.
Nella realtà i fatti furono ricchi di retroscena, di interessi celati dietro il nobile scopo, palesati anche nella narrazione. Ma il film perde l’occasione di raccontare con più realismo tale finto buonismo, costruendo invece una storia fatta solo di buoni sentimenti. Anche le figure più ambigue si trasformano presto in paladini dell’ecosistema. Mancano personaggi realmente spietati. Giornalisti in carriera, imprenditori avidi, militari e politici sono tutti positivamente caratterizzati e questo fa della pellicola un film per ragazzi.
A questa grave carenza si aggiungono dialoghi assolutamente banali, traboccanti di frasi fatte e stereotipi. Per una sceneggiatura che ha richiesto a Jack Amiel e Michael Begler un decennio di lavorazione, sembra quasi impossibile l’assenza di cambi di registro. Dal giornalista, all’attivista, dal politico all’imprenditore, nessuno esula da un linguaggio a dir poco scialbo.
Ciò che invece riesce, seppure per breve tempo, a colpire l’immaginario dello spettatore sono le meravigliose scene dei tre cetacei, perfettamente ricostruiti grazie all’animatronica. La regia di Ken Kwapis ci regala qualche emozione con le riprese sott’acqua dei giganteschi mammiferi e nella scena finale del salvataggio.
Ma a salvare il film sono le musiche di Cliff Eidelman che riesce ad evocare la maestosità delle balene, la tragicità della loro condizione e la vastità dell’Artico.
Il prevedibile esito della storia animalista segue un altrettanto prevedibile storia romantica tra i due protagonisti. Le uniche battute che si discostano da una diffusa monotonia sono affidate al colonnello Scott Boyer, interpretato da un eccezionale Dermot Mulroney.

Presentato a Roma Pink Subaru

Questa mattina èPink Subaru stato presentato in anteprima a Roma Pink Subaru. A parlare del film c’erano il regista, il giovane Kazuya Ogawa, giapponese al suo primo lungometraggio, il produttore, Mario Miyakawa, suo padre, in veste di produttore esecutivo, l’attore protagonista e co-sceneggiatore, Akram Telawe, arabo israeliano e la co-sceneggiatrice, Giuliana Mettini.
Pink Subaru è una commedia e in quanto tale racconta uno scorcio di vita quotidiana farcito da un episodio apparentemente banale, il furto di un’automobile, una Subaru appunto, che rappresenta il sogno di un’intera vita. La pellicola è una co-produzione tra Giappone, Israele e Palestina. Questo basta per comprendere la sfida di tutte le componenti in gioco nel costruire un progetto difficile e quasi utopico.
Lo stesso Kazuya Ogawa conferma di aver voluto “raccontare Israele e la Palestina così come sono nella vita reale per quella parte che non si vede e che non è come la immaginiamo o come ce la mostrano i telegiornali”. “Lungo la storia, certe cose che sembrano banali o infantili, e per questo fanno anche ridere, hanno lo scopo di mostrare la normalità”, continua Giuliana Mettini.
Akram Telawe conferma che “volutamente non sono stati mostrati checkpoint nè soldati” proprio perché “malgrado la terra Santa, le guerre, siamo riusciti a creare una situazione comica”.
E’ proprio questa la forza del film, riuscire a far ridere raccontando una piccola storia in un villaggio israelo-palestinese, in una terra dove spesso non si ride affatto. Un piccolo dono, un messaggio di pace da una produzione multiculturale che ha visto lavorare fianco a fianco persone molto diverse, giapponesi, israeliani, palestinesi che hanno faticato anche a comprendersi parlando diverse lingue. Una particolarità del film è proprio questa, non è doppiato né tradotto e si sentono le diverse lingue con cui i protagonisti comunicano. Coraggiosa scelta appoggiata dai distributori (Iris Film). Mario Miyakawa, che tra l’altro parla perfettamente l’italiano, e che ha fatto da interprete al regista, ammette “l’impossibilità di tradurre tutti gli idiomi utilizzati e renderli in un’altra lingua. Ma nonostante le dfficoltà logistiche e linguistiche è state un’esperienza positiva per tutti. Hanno partecipato tutti gli abitanti arabi del villaggio di Tayibe e quelli palestinesi del villaggio di Tulkarem aprendo le loro case.”
Una speciale collaborazione israelo-palestinese che vede protagonista anche il Giappone, un inaspettato accostamento della cultura nipponica con quella israeliana che dà luogo ad un inevitabile spunto comico.
Non resta che aspettare il 2 settembre per l’uscita del film nelle sale romane.

LONDON BOULEVARD: ironica poesia

London Boulevard segna il debutto alla regia di William Monahan, sceneggiatore premio Oscar per The Departed- Il Bene e il Male.

Tratto dall’omonimo romanzo di Ken Buen, è un gangster movie che racconta la storia di Mitchel (Colin Farrell), appena uscito di prigione, che cerca di cambiare vita ma si ritrova a fare i conti col suo passato.

Accetta un impiego nella casa di una giovane diva, Charlotte (Keira Knightley), assediata dai fotografi, appostati sotto casa, e tormentata anche lei dai fantasmi del suo passato. Ma il personaggio più esilarante è senza dubbio Jordan (David Thewlis), l’eccentrico maggiordomo di Charlotte, un attore e produttore fallito. Anche lui spaventato dal mondo esterno si rifugia nella casa. A lui sono affidate le battute più divertenti ed ironiche. Ed è attraverso di lui che il protagonista conosce la vita di Charlotte.

Mentre Mitchel cerca di tenersi alla larga dalla mala vita questa continua ad entrare prepotentemente nella sua. Dall’altra parte della barriera infatti ci sono Gant (Ray Winston), spietato gangster che con tutta la sua brutalità cerca di arrivare a Mitchel e Billy (Ben Chaplin), vecchio amico di Mitchel che cerca di coinvolgerlo nei suoi affari.

La trama si sviluppa intorno alla vita di un uomo che non sa quello che vuole, l’unica sua certezza è di non voler tornare in prigione. Ma poi nasce un sentimento con la fragile e vulnerabile Charlotte che deve difendere e questo complica le cose. I suoi affetti, compresa sua sorella Briony (Anna Friel), capace di mettersi sempre nei guai, gli impongono di reagire alla violenza che lo circonda. In realtà Mitchel è molto violento ma allo stesso tempo mostra una grande tenerezza e un animo nobile che lo renderà vulnerabile.

Monahan cattura perfettamente il mondo del crimine inglese e lo fa con ironia e quasi con poesia. Ma la storia manca di elementi capaci di catturare veramente. Dopo un inizio che incuriosisce segue una fase di stanca troppo lunga. Solo dopo più di un’ora, che sembra un lungo prologo, il film si riaccende e il ritmo aumenta. Ma effettivamente non trascina. Nessuna suspance, nessun colpo di scena.

In compenso il regista e sceneggiatore ricrea perfettamente i toni ed il clima del romanzo, le sue affascinanti ambientazioni, come la squallida South London, ma non senza un suo stile riconoscibile.

Infine l’interpretazioni di Colin Farrell è davvero meritevole. Perfetta la scelta dell’attore irlandese nei panni del duro dal cuore tenero. Apparentemente freddo e impassibile riesce a trasmettere tutte le sue emozioni.

L’intero casting, davvero d’eccezione, vale il film.

AT THE END OF THE DAY -Un giorno senza fine-

“At the end of th day”, un film senza fine. Interminabile e prevedibile il primo lungometraggio di Cosimo Alemà, noto per la regia di videoclip, spot e corti.
Un action thriller più simile ad una sfida ai videogames. I giocatori sono già tutti in campo, nessun colpo di scena, o si vince o si perde.
Un gruppo di ragazzi si immerge nella natura selvaggia per una partita di Soft-Air ma non sa di trovarsi in una ex base militare, un campo minato dove i prigionieri venivano torturati da quelli che oggi sono veterani per cui la guerra non è mai finita. Una ragazza scompare e diventa ostaggio in uno scontro dove i giovani ignari diventano bersaglio dell’offensiva nemica. La guerra ha inizio.
Una trama piuttosto semplice che non prevede sorprese. Sicuramente ottima la regia di Alemà che produce la giusta frenesia utilizzando due macchine a mano, con un uso della messa a fuoco abbastanza dinamico.
Ma troppo spesso il ritmo è spezzato da interminabili scene di sofferenza che non fanno altro che determinare il desiderio di giungere alla fine del film.
Quello che Alemà voleva raccontare è “ciò che può avvenire in poche ore, non al buio, ma sotto la luce del sole”. Scopo palesato dalle insistenti riprese della luce diretta del sole che acceca i protagonisti.
Eccellente l’interpretazione di Michael Lutz

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at the end of the day

con una mimica efficace e assolutamente credibile. Anche il resto del cast è una rivelazione di giovani attori molto promettenti.
Per gli amanti del genere, un thriller made in Italy, distribuito a livello mondiale, può comunque essere un’occasione per misurare la qualità del cinema nostrano quando si cimenta in un genere dal sapore internazionale.

Antonella Lauria

 

 

http://www.cineblog.it/post/29208/at-the-end-of-the-day-la-recensione-in-anteprima

AT THE END OF THE DAY: PAROLA AL REGISTA

Cosimo Alemà ha presentato oggi,

Cosimo Alemà

alla Casa del Cinema di Roma, il suo primo lungometraggio, “At the end of the day”. Famoso per la regia di video musicali e spot pubblicitari, parla del suo debutto nel cinema con un action-thriller, così ama definirlo. Alla presenza dei due co-sceneggiatori, Romana Meggiolaro e Daniele Persica, che con lui hanno curato lo script del film, e alla presenza dei produttori, risponde a domande a volte insidiose.
L’idea del film è arrivata girando un videoclip delle Vibrazioni, basato su scene di guerra. In quell’occasione, vedendo dei giocatori di soft-air, è rimasto colpito dall’atteggiamento di questi che, attrezzati e “armati” fino ai denti, si comportavano come se fossero in guerra. Da qui l’idea di contrapporre il “gioco della guerra” con chi la guerra l’ha fatta davvero e forse non ne è mai uscito. E’ su questo che il film, anche se in maniera non approfondita, vuole riflettere. Ispirato a più avvenimenti realmente accaduti, sia nei Balcani che nell’ex Unione Sovietica, evita di dare coordinate geografiche, anche se una certa “balcanità” si evince.
Uno degli aspetti curati con maggiore attenzione è la colonna sonora, le scelte musicali sono molto ricercate. Non si può parlare di musiche in quanto sonorità, rumori e suoni veri e propri sono amalgamati, rinunciando al ritmo la musica è dilatata durante tutta la visione.
Daniele Persica, uno dei tre sceneggiatori, sottolinea come il senso generale del film sia legato proprio alla metafora attivata nella scena iniziale, quando i due “cattivi” stanno sistemando le mine anti-uomo nel terreno. Ovvero “quando una mina viene innescata, l’unica cosa che può fare è esplodere”. Persica si riferisce quindi al destino segnato dalla violenza della guerra che non può più essere disinnescato.
Infatti Alemà, rispondendo ad una domanda sul messaggio del film e quindi sull’apporto che “At the end of the day” vuole dare rispetto ad altri film di genere (viene paragonato a “Un tranquillo week end di paura”), mette in evidenza la metafora del “non giocare alla guerra”. Ciò che colpisce all’inizio del film, e che avrà colpito il regista quando è stato ispirato a girare un film sull’argomento, è la messa in scena della guerra come gioco, senza pensare alla violenza e alla crudeltà degli atti di guerra.
I produttori del film (The Mob e Frame by Frame) tengono invece a sottolineare il respiro internazionale della pellicola, che, girata in lingua inglese, ha mirato al mercato estero (è già uscito negli Stati Uniti, In Canada, in home video in Giappone). Proprio a tal fine Alemà ha scelto il genere dell’action-thriller, più facilmente apprezzabile da un pubblico internazionale. Per il futuro invece pensa già ad un thriller più orientato sul dramma, ma di ambientazione metropolitana.

Antonella Lauria